Srila Prabhuapada, all’anagrafe Abhay Charan, nacque nel 1896 in una famiglia profondamente religiosa di Calcutta.

Nel 1922 il giovane Abhay incontrò il suo guru, Srila Bhaktisiddhanta Saraswati.

Al loro primo incontro, Srila Bhaktisiddhanta gli aveva detto: “Sei un giovane istruito, perché non vai ad insegnare il messaggio di Shri Chaitanya in tutto il mondo?”.

Abhay non riusciva a credere alle sue orecchie. Si erano appena incontrati e già questo sadhu gli stava affidando una missione per la vita.

A quel tempo Abhay era attivamente coinvolto nel movimento indipendentista di Mahatma Gandhi. “Chi ascolterà il nostro messaggio?”, replicò Abhay. “Come possiamo diffondere la cultura indiana se siamo sotto il dominio inglese?”.

Srila Bhaktisiddhanta rispose:

“Che ci sia al governo un potere o un altro, si tratta comunque di una situazione temporanea.”

Poi continuò: “L’eterna realtà è che noi non siamo designazioni corporee, ma siamo anime eterne e piene di beatitudine.

Il vero impegno verso gli altri, sia a livello individuale che sociale che politico, deve aiutare le persone a ristabilire l’eterna relazione con la suprema realtà, il Signore Krishna”.

Ascoltando Bhaktisiddhanta citare le scritture con logica e compassione, Abhay si convinse. Nel profondo del cuore accettò Bhaktisiddhanta Saraswati come suo maestro spirituale e quell’istruzione penetrò nel più profondo del suo cuore.

Nel 1954 Srila Prabhupada andò a Vrindavan a vivere come rinunciante.

In una piccola stanzetta visse ritirato per sei anni, per prepararsi a ciò che avrebbe dovuto affrontare.In quel periodo infatti tradusse le scritture sanscrite in inglese per renderle accessibili agli occidentali.

Nel 1959 prese i voti dello swami e gli fu dato il titolo di A.C. Bhaktivedanta Swami. A sessantanove anni, nel 1965, lasciò la sua residenza di Vrindavan per adempiere alla missione che il suo maestro spirituale gli aveva affidato.

Con meno di dieci dollari in tasca si imbarcò per l’America sulla Jaladuta, una nave da carico.

Viaggiò attraversando mari tempestosi, fu colpito da due attacchi di cuore e compì il suo settantesimo compleanno durante il viaggio, per poi attraccare a Boston e proseguire fino a New York, sempre da solo.

Visse nella Bowery e nel Lower East Side finché gradualmente le sue qualità amorevoli e la sua vasta conoscenza attrassero sinceri ricercatori spirituali della controcultura.

Trasformò i cuori di molti giovani americani ed europei che cominciarono a chiamarlo affettuosamente Srila Prabhupada, che significa ‘Colui ai cui piedi siedono i grandi maestri’.

Dopo soli due anni dal suo arrivo in occidente aveva istituito un movimento spirituale presente su scala mondiale basato sugli insegnamenti della tradizione di Shri Chaitanya e sulla diffusione della pratica della recitazione del Maha Mantra.

Srila Prabhupada ha continuato fino alla fine dei suoi giorni a dedicarsi alla traduzione dei libri della tradizione vedica dal sanscrito all’inglese e a viaggiare tenendo lezioni e conferenze pubbliche in tutto il mondo, e guidando contemporaneamente con affettuosa cura i sempre più numerosi discepoli.

Forse Dio, pensavo, rivela il vero amore al mondo attraverso le vite di coloro che lo amano.

Nella preghiera di Prabhupada trovai l’umiltà che sgorgava dal cuore di un uomo che aveva abbandonato tutto per il beneficio spirituale degli altri.

Un uomo anziano, seriamente ammalato, senza denaro e solo in terra straniera, che chiedeva a Dio una sola benedizione: di poter essere lo strumento della sua misericordia.

Leggi dell’incontro mistico e al limite del surreale di Radhanath Swami col suo guru in “Ritorno a Casa”.

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